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Valeria Gennero,
L'impero dei testi. Femminismo e teoria letteraria anglo-americana,
Bergamo, Edizioni Sestante, 2002.
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Femminismo e letteratura oggi sono di nuovo una strana coppia. Di nuovo, perché l'enorme produzione saggistica e narrativa che ha affollato il mercato editoriale a partire dal 1970 sembrava avere sancito tra i due un'alleanza proficua sia dal punto di vista politico sia da quello artistico. Nell'ultimo decennio del Novecento tuttavia tanto il femminismo che la letteratura hanno conosciuto un processo di rapida e inesorabile obsolescenza; così mentre il primo si è trovato a essere sempre più spesso associato alla stagione, ormai apparentemente lontana, delle lotte per i diritti civili, la letteratura ha subito una serie di attacchi che ne hanno messo in discussione, a livelli in precedenza impensabili, l'identità e la funzione. In ambito accademico, tuttavia, le fortune di femminismo e letteratura sono caratterizzate da una divergenza radicale: la crescita di prestigio e di visibilità del femminismo è stata infatti speculare, dal punto di vista storico, all'acuirsi della crisi dell'opera letteraria, sempre più spesso indicata semplicemente come testo, in omaggio al superamento della distinzione tra usi letterari e non letterari del linguaggio condivisa dalle numerose correnti critiche esaminate in questo studio. È possibile ipotizzare un rapporto di causa ed effetto tra i due fenomeni? L'impero dei testi suggerisce di sì, e individua proprio nel contributo della teoria letteraria femminista la prima articolazione di una serie di interrogativi che hanno portato a riconfigurare premesse ed esiti del dibattito estetico e interpretativo statunitense. |