Inaugurazione dell'Anno accademico 2019/2020

In diretta dall'Aula Magna, l'inaugurazione dell'Anno accademico 2019/2020, tenutasi il 29 novembre 2019.
Ospite speciale la Senatrice Liliana Segre, alla quale è stato conferito il dottorato honoris causa in Studi umanistici transculturali.

Leggi il programma della cerimonia rivedi qui la diretta dell'inaugurazione.

Prolusione del Magnifico Rettore Prof. Remo Morzenti Pellegrini
Discorso Rettore Inaugurazione a.a. 2019/2020

Sig. Vice ministro, Senatrici a vita, Autorità civili, militari e religiose, Magnifici Rettori e loro delegati, Gentili ospiti, Cari studenti e Cari colleghi impegnati nella ricerca, nella didattica, nell’amministrazione e nei servizi del nostro Ateneo,

a tutti Voi porgo un cordiale e caloroso benvenuto a questa cerimonia, che apre ufficialmente l’anno accademico 2019-2020 dell’Università degli studi di Bergamo.

Desidero innanzitutto ringraziare tutti quanti oggi, con la loro presenza, condivideranno con noi gli ideali civili e le finalità scientifiche che ogni anno, in questa occasione rituale, desideriamo ricordare e ribadire con forza.

E a proposito di valori da condividere, mi permetto subito di riservare un particolare benvenuto, nient’affatto retorico, ma carico di gratitudine e riconoscenza, alla Senatrice a vita Liliana Segre, cui conferiremo oggi il titolo di Dottoressa di ricerca honoris causa in “Studi Umanistici Transculturali”, per il suo continuo ed esemplare impegno a favore dei diritti umani e civili, ossia per quello che rappresenta e forma le basi di ogni consesso sociale e di ogni progetto educativo.

Quando ho avuto mesi fa l’onore e il piacere di anticipare le nostre intenzioni alla Senatrice, la prima cosa che mi ha chiesto, con un moto quasi di stupore, è stata quali fossero le motivazioni di tale riconoscimento e mi ha detto, cito: “spero di meritarmi questo titolo e di continuare nella testimonianza". Una risposta talmente profonda nella sua semplicità che mi sono permesso di rendere pubblica, perché associa il titolo accademico di Dottoressa di ricerca ai due principi fondamentali per cui ogni titolo viene assegnato: il merito individuale (“spero di meritarlo”) e l’applicazione dei saperi acquisiti per il bene collettivo (“continuare nella testimonianza”).

Anche per questo, dunque, esprimo un sentito grazie alla Senatrice, per aver accettato la nostra proposta e per aver accolto l’invito a essere presente alla nostra cerimonia – a questo proposito, sentite grazie anche ai familiari che sono qui con noi –, una cerimonia che sarà certamente un momento di riflessione sui nostri tempi – complicati e difficili –, ma anche un momento di incontro, mi auguro, gioioso e piacevole. Avremo modo infatti di apprezzare la bellezza della musica con i talentuosi cantori e musicisti del Coro e dell’Orchestra del conservatorio cittadino “Gaetano Donizetti”, che ringrazio di cuore per la disponibilità e l’entusiasmo con cui, anche quest’anno, hanno accettato l’incarico.

Le università sono anzitutto delle comunità, fatte cioè di persone che, con le loro conoscenze scientifiche e con la loro peculiare sensibilità, le animano e le rendono speciali, diverse appunto l’una dall’altra. Ogni università si contraddistingue proprio per il modo in cui si è costituita in quanto comunità grazie a i suoi membri, che sono stati capaci di renderla quella che è.

Per questo, prima di esporvi gli obiettivi che ci siamo prefissi di raggiungere nel prossimo futuro, considero un dovere ricordare alcune persone della nostra piccola comunità, che hanno contribuito a fare la storia dell’Ateneo bergamasco e che, purtroppo, sono recentemente scomparse.

Sono sicuro che molti di voi custodiscono il loro ricordo tra le memorie più care: il Prof. Alberto Castoldi, Rettore dell’Università di Bergamo dal 1999 al 2009 e docente di letteratura francese; il Prof. Giorgio Mirandola, anch’egli francesista; il Prof. Imerio Facchinetti, docente di materie aziendali ed economiche, la Prof.ssa Maria Vittoria Molinari, scomparsa solo pochi giorni fa, docente di Filologia germanica, e il Dott. Domenico Danisi, direttore amministrativo dell'Ateneo dal 1981 al 2000.

A tutti i familiari, gli allievi, i colleghi, gli amici e a tutti coloro che portano memoria di queste forti testimonianze di impegno e dedizione, rivolgo il nostro pensiero di vicinanza.

La nostra Università, come dicevo prima, è un insieme di diversi luoghi fisici e simbolici, animati da tante persone, ognuna con il proprio ruolo e le proprie aspirazioni, ma tutte intenzionate a rendere il nostro Ateneo sempre più competitivo e, soprattutto, sempre più attento alle esigenze dei nostri giovani.

La visita istituzionale per l’Accreditamento Periodico delle Università, a cura di un gruppo di esperti dell’ANVUR, è stata molto gratificante in questa prospettiva: nei giorni scorsi, abbiamo infatti ottenuto un positivo e definitivo giudizio di accreditamento che coincide con B – Pienamente soddisfacente e che riconosce l’impegno di tutti noi per garantire la qualità della didattica e della ricerca.

Anche a fronte dei risultati ottenuti, vogliamo proseguire nella direzione intrapresa in questo ultimo periodo. Le azioni previste dal prossimo Piano Strategico Triennale 2020-2022 riguardano un Ateneo che, tenendo in considerazione le tre principali aree di articolazione delle attività universitarie, ossia la Didattica, la Ricerca e la Terza Missione, vuole promuovere un miglioramento continuo dell’istituzione e dei suoi programmi, consolidare lo sviluppo in ambito internazionale e orientare i giovani verso un futuro di consapevolezza, riconoscendo a ognuno di loro le proprie peculiarità pur offrendo equamente a tutti le stesse occasioni di crescita e gli stessi servizi infrastrutturali (da quest’anno abbiamo anche una figura garante del codice etico).

Come ben sapete, la questione degli spazi universitari ha sempre caratterizzato la nostra identità diffusa sul territorio, complicando da un lato la gestione delle sedi, ma restituendo in cambio una fertile rete di sinergie con i nostri interlocutori locali, nazionali e internazionali.

Quest’anno, considerata la crescita esponenziale degli immatricolati (circa 9.000) abbiamo aumentato le aule in dotazione, arrivando a un totale di circa 9.250 posti a disposizione degli studenti.

Sono inoltre in corso i lavori di ristrutturazione dell’ex centrale Enel a Dalmine, con in previsione la costruzione di un nuovo edificio che amplierà notevolmente gli ambienti dedicati ai quasi 5.000 studenti di Ingegneria. Allo stesso modo, il polo economico-giuridico potrà giovarsi del recupero appena avvenuto di un edificio di circa 1500 mq in via Fratelli Calvi. Per il polo umanistico, fra pochi giorni inizieranno le operazioni di completamento del recupero del complesso di S. Agostino, con il restauro e modifica funzionale del Chiostro minore, con più spazi alla Biblioteca umanistica e alle Scuole di dottorato; infine, contiamo di concludere nel 2020, in collaborazione con il Comune, i restauri delle ultime cappelle nell’Aula magna in cui ci troviamo.

Stiamo anche lavorando per mettere a disposizione più alloggi residenziali: fortunatamente, l’Università di Bergamo attira molti studenti fuori sede, sia italiani sia stranieri (il 45% circa di iscritti da fuori provincia e il 7% di cittadini stranieri), e dunque vogliamo provvedere ad accoglierli nel migliore dei modi. Del resto, abbiamo in essere sempre più progetti di collaborazione internazionali, nell’ultimo anno accademico abbiamo sottoscritto 28 nuovi accordi internazionali, di cui l’ultimo proprio questa mattina con la Kyungppook National University della Corea del Sud – saluto il Rettore che è qui presente e lo ringrazio –. Inoltre, solo per fare qualche esempio dell’articolazione dei nostri scambi, sono stato ultimamente in missione in Lettonia e in Giappone. Proprio al fine di sostenere al meglio questi confronti internazionali, vogliamo assolutamente che i visiting professors e gli studenti che vengono a Bergamo abbiano modo di trovare strutture adeguate a garantire loro un soggiorno ospitale e piacevole. Entro la fine di quest’anno solare (quindi tra un mese) contiamo di fare scelte definitive sul tema della residenzialità e all’altezza dei nostri obiettivi.

Come accennavo prima, il numero degli immatricolati è sempre in aumento: quest’anno siamo giunti a circa 24.000 studenti iscritti, con un forte incremento, come già segnalato, degli iscritti stranieri (in crescita del 74,5%). Questa costante crescita, senz’altro testimonianza di un interesse diffuso nei confronti della nostra offerta didattica e scientifica, ma anche dell’apertura sul mondo del lavoro che siamo in grado di offrire – l’80% dei nostri laureati trova lavoro entro l’anno dalla laurea –, ci obbliga però, proprio per mantenere gli standard raggiunti fino ad oggi, a stabilire corsi di laurea ad accesso programmato. Stiamo riflettendo proprio in questi giorni su come impostare al meglio, per il prossimo anno accademico, le iscrizioni programmate ad alcuni corsi di laurea triennale dell’Ateneo, per estendere poi la decisione, nell’anno accademico successivo (2021-22), anche ad alcuni corsi di laurea magistrale. Come dicevo, è una decisione necessaria, seppur sofferta, se vogliamo garantire la qualità dei percorsi educativi che ci ha sempre caratterizzato e che dovrà sempre essere una nostra peculiarità distintiva.

Questa caratteristica di qualità è assicurata da tutti i docenti, dal personale tecnico-amministrativo e dal personale ausiliario che ogni giorno lavorano in Ateneo, con impegno e generosità, cercando di supplire alla carenza di risorse umane che da anni stiamo ingiustificatamente patendo.

L’anno scorso ho dichiarato che risolvere il sottodimensionamento del nostro personale universitario era una questione di primaria importanza e che, proprio per questo, ero in costante contatto con il Ministero dell’Istruzione, dell'Università e della Ricerca, al fine di avere uno sblocco a breve della questione. Oggi, finalmente, ho il piacere di annunciarvi che la situazione è sicuramente migliorata e ci sono state assegnate, finalmente, facoltà assunzionali straordinarie. Nel frattempo, negli ultimi 12 mesi abbiamo assunto, per il personale tecnico-amministrativo, 20 nuove figure di impiegati a tempo indeterminato e 4 a tempo determinato; dal punto di vista della docenza, abbiamo invece reclutato 49 studiosi tra professori e ricercatori. Mi sento dunque di dire che stiamo, passo dopo passo, superando il grosso divario tra il numero di studenti iscritti e quello del personale strutturato, sempre nell’ottica di un miglioramento qualitativo che vada anche nell’ordine della giusta distribuzione dei carichi di lavoro.

Relativamente al Finanziamento del sistema universitario, vorrei ora fare una breve riflessione.

Il problema del sotto finanziamento e sottodimensionamento delle università italiane è ormai un problema sistemico che non ha fatto altro che accentuare le diseguaglianze e le disparità che esistono all'interno dell’intero Paese. Di fatto, sia al Nord sia al Centro sia al Sud, esistono università sotto finanziate e sottodimensionate, confermando che gli squilibri non riguardano un’area specifica della nazione, ma sono diffusi lungo tutto il territorio, oltre che di natura eterogenea.

La questione del sotto finanziamento e della diseguaglianza non può essere affrontata e risolta attraverso il solo fondo perequativo, che si limita a redistribuire le risorse all'interno del sistema, lasciandole però invariate. Al fine di riequilibrare gli sbilanciamenti è necessario ora aumentare le risorse assegnate all’intero sistema universitario nel suo complesso, altrimenti il rischio è quello di togliere risorse alle università relativamente più ricche, dandole a quelle relativamente più povere in una sorta di distorto paradigma alla Robin Hood che non aiuta nessuno. È necessario, infatti, aumentare le risorse di tutte le università, facendolo ovviamente in modo differenziale (incrementando, cioè, maggiormente le risorse per le università che soffrono di più il sotto finanziamento), senza però ignorare che tutte le università italiane sono sotto finanziate e sottodimensionate quando paragonate al contesto europeo.

Al fine di un progressivo riequilibrio del sistema, auspico che si tenga finalmente conto del rapporto esistente negli Atenei tra docenti/studenti/PTA e quello tra FFO/studente – un rapporto oggettivo e semplice da verificare –, altrimenti il rischio reiteratamente “distorsivo” è quello di continuare a finanziare Atenei che non possono crescere e rallentare quelli che invece possono farlo.

Ecco perché continuo a ripetere e a sostenere che tuttora esiste un “caso Bergamo”, laddove anche quest'anno incrementiamo nella quota di FFO totale (al netto dei piani straordinari e degli interventi una tantum) del 3,9%, ma contestualmente ci vediamo, per il secondo anno consecutivo, limitati nel nostro incremento. Non tenendo in considerazione le norme che vincolano la crescita massima del FFO totale, avremmo dovuto ricevere 2,6 milioni di euro in più rispetto a quelli realmente assegnati. In due anni la penalizzazione per il nostro Ateneo è stata superiore ai 4 milioni di euro: sono cifre importanti per lo sviluppo di un’Università.

In poche parole, è indispensabile ora difendere e rilanciare il sistema nazionale universitario, a partire da una ripresa sostanziale del finanziamento pubblico e da una sua diversa logica distributiva.

Vengo ora all’ultimo punto del mio resoconto che riguarda in maniera intrecciata la ricerca scientifica e la terza missione. Nel campo della ricerca abbiamo investito 5 milioni di euro, attivando, dal 2015 ad oggi, progetti a carattere nazionale (26), regionale (25) e internazionale (29) con l’obiettivo di incentivare e facilitare sempre più il lavoro dei nostri studiosi e ricercatori, che sono riconosciuti sia in Italia sia all’estero.

Circa un mese fa è stato ospite a Bergamo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto incontrare espressamente i giovani studenti e ricercatori della nostra città: è stato per me un onore poterlo re-incontrare e, a simbolo del lavoro di ricerca di tutto l’Ateneo, presentargli lo studio relativo alla scoperta della lettera autografa che Galileo Galilei aveva inviato a Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613, dove lo scienziato prendeva le difese dell’astronomia copernicana, rivendicando la necessità di svincolare la ricerca scientifica dalla giurisdizione dell’autorità teologica, per affermarne così la piena autonomia. Il nostro ricercatore Salvatore Ricciardo e il prof. Franco Giudice, in collaborazione con il prof. Michele Camerota dell’Università di Cagliari, hanno rintracciato la lettera originale negli archivi della Royal Society di Londra, offrendo alla comunità scientifica internazionale una testimonianza preziosa per fare luce sugli intricati rapporti tra Galileo e le autorità ecclesiastiche dell’epoca.

Questa scoperta, insieme a tutti gli altri lavori di ricerca dei nostri studiosi, sono fonte di orgoglio per tutto l’Ateneo e l’obiettivo è quello di incentivare sempre di più il lavoro dei nostri ricercatori e gli scambi, nazionali e internazionali, tra di loro.

Sul lato più specifico del trasferimento tecnologico e del rapporto diretto con il mondo imprenditoriale, l’Università di Bergamo ha, ad oggi, depositato 36 brevetti, attivato 11 spin off e 31 start-up, così da veicolare la creatività e le energie dei giovani talenti nella concretizzazione di progetti tanto innovativi quanto necessari, come ad esempio, “Q-Walk”, la ginocchiera a supporto di chi soffre di Parkinson, oppure il modello di carrozzina sportiva che abbiamo presentato quando è stato nostro ospite Alex Zanardi, il quale ci ha dimostrato come siano più importanti i tentativi dei risultati, come cioè valga di più la volontà di mettersi alla prova – grazie a un insieme ben coordinato di figure professionali – e di superare i propri limiti piuttosto che il traguardo raggiunto.

Credo che vada letto in questo senso tutto quanto ho segnalato fino ad ora (e mi scuso se mi sono dilungato, ma ci tenevo a tracciare i punti principali della nostra realtà attuale): occorre lavorare insieme – con lo sforzo e la soddisfazione di farlo – per cercare soluzioni per migliorarci, migliorare le nostre vite con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, tutto quello che serve a definire il nostro essere insieme nel mondo e il nostro esserci in maniera il più possibile propositiva e proattiva. È innanzitutto la volontà di farlo a contare, perché i risultati prima o poi arrivano.

Una volontà di cui la nostra ospite d’onore è certamente testimone indiscussa. Oggi, come tutti ben sapete e ho già anticipato, abbiamo il privilegio di avere tra noi la Senatrice a vita Liliana Segre. Forse sarebbe meglio introdurla come “senatrice della vita”, vista la sua infaticabile, direi quasi incredibile, volontà di promuovere pubblicamente l’amore per la vita – qualunque forma questa vita possa assumere –, insieme al coraggio delle idee pacifiche e al biasimo dell’indifferenza.

L’indifferenza “mortale” – quella cioè che uccide la nostra capacità di indignazione e, in parallelo, provoca sfaldature irreparabili nei rapporti umani – è proprio ciò contro cui combatte la Senatrice Segre: non dobbiamo dimenticarlo, non dobbiamo dimenticarlo mai. L’ultima sua azione concreta in tal senso è stata la proposta di istituire una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, approvata dal Senato lo scorso 30 ottobre. Non c’è bisogno di entrare nel merito dei recenti fatti che hanno visto, suo malgrado, protagonista la Senatrice Segre. Sono convinto che sia prioritario fare una riflessione sul suo essere donna di pace, piuttosto che alimentare ulteriori e pretestuose polemiche che allontanano dal suo accorato appello contro l’odio diffuso.

La lotta all’indifferenza della Senatrice riguarda, infatti, tutta la società, tutti i cittadini indistintamente, esortandoci ad aprire gli occhi, rivolgendoli ai soprusi, ai fenomeni di bullismo di vario genere, alla mancanza di facoltà critiche, all’incapacità di compassione (nel senso del “sentire insieme”) che ormai sembra caratterizzarci. È, parafrasando Hannah Arendt, la “banalità dell’indifferenza” (Arendt, La banalità del male, 1963) che abbiamo il dovere di contrastare, come donne e uomini, e con una responsabilità in più per chi, come noi, svolge il lavoro di educatore.

Non è lecito dimenticare, non è lecito tacere”, ammoniva Primo Levi (Deportati, anniversario, 1955). Non è lecita l’indifferenza, mi permetto di aggiungere io.

Dobbiamo insegnare ai nostri giovani studenti ad avere il coraggio di non voltare la testa, ma anzi di guardare in faccia le sopraffazioni e l’ingiustizia così da intervenire, con la denuncia, la condanna e, soprattutto, così da rinnovare ogni volta il rispetto della dignità umana. Le Università devono avere un ruolo attivo contro il meccanismo erosivo delle relazioni umane, innanzitutto diffondendo la conoscenza (storica, culturale, scientifica) come atto politico e poi favorendo lo scambio di opinioni, esperienze, gesti di condivisione.

Oggi, tutti noi – in special modo noi docenti – dobbiamo promuovere lo sguardo responsabile, che è appunto uno sguardo politico, quello della polis, quello che possono e devono esercitare i cittadini per rendere possibile e garantire l’inclusione nella società civile di ogni essere umano. Dobbiamo allenarci a guardare insieme e a guardarci, riconoscendoci tutti non solo come persone bisognose di legami affettivi, ma anche come cittadini soggetti a precisi doveri e diritti, come membri di una comunità tenuta insieme dal diritto civile (lo ius civile).

Il giornalista polacco Ryszard Kapuściński, facendo riferimento al pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas, ricorda come quest’ultimo sottolineasse con forza che non basta “incontrare l’altro, accoglierlo e parlargli”, ma occorre anche ”assumersene la responsabilità”, così da evitare l’indifferenza, la mancanza di legami sociali e lo sradicamento culturale che fin dai primi anni del Novecento hanno caratterizzato la nostra società e che sono stati all’origine dell’irreparabile tragedia dell’Olocausto (Conferenze viennesi, 1-3 dicembre 2004, in L’altro, 2007).

Nel suo Voyage inachevé, una delle più affascinanti autobiografie che io abbia mai letto, l’impareggiabile “Signore del violino” Yehudi Menuhin, narra gli inizi della sua carriera di concertista: a 9 anni eseguì a San Francisco, davanti a 9.000 persone, il concerto per violino di Mendelssohn; a 10 anni debuttò al Carnegie Hall di New York ed a 11 si fece acclamare a Berlino, eseguendo i 3 “B”: Bach, Beethoven, Brahms.

La direzione della sala, temendo di non poter controllare l’entusiasmo della folla, chiese l’intervento cautelativo della polizia; in quella circostanza Albert Einstein, presente in sala, al termine dell’esecuzione, abbracciando il ragazzo, gridò in maniera spropositata - è il violinista che lo attesta - : “Yehudi, ora so che in cielo c’è un Dio”.

È un aneddoto che intreccia in maniera armoniosa la grande questione sottesa al nostro vivere contemporaneo: l’incontro “sublime” (“divino”, a detta di Einstein) delle culture e, soprattutto, delle persone in nome dell’arte e della scienza. In nome, cioè, del sapere.

I nostri studenti, di certo, non saranno chiamati ad eseguire alla perfezione i 3 “B”, non è questo l’evento straordinario che ci aspettiamo da loro.

Da loro ci attendiamo che l’Università, ancor prima che un luogo di trasmissione del sapere, venga percepita come un luogo dove si formano coscienze critiche, dove si educano i giovani ai rapporti solidaristici con le altre persone.

Per questo, credo fortemente che il primo compito dell’Università sia formare persone che si sentano parte di un orizzonte di relazioni umane aperto e dinamico, da cui traggono beneficio e a cui restituiscono, in forma accresciuta, tutto ciò che hanno avuto modo di imparare. Occorre sviluppare i saperi e le facoltà critiche delle nuove generazioni così che abbiano il coraggio di assumersi le proprie responsabilità civili, riconoscendo le differenze tra le persone (non essendo in-differenti, dunque) e facendo in modo di tutelarle, se arricchenti, e di eliminarle, se discriminanti.

Ascolteremo tra poco Liliana Segre che farà una riflessione intitolata: “Contro l’odio”; il tema dice già tutto e sono sicuro che le sue parole potranno essere una buona guida verso la costruzione di relazioni umane e sociali oneste. Servirà per tutti noi e per il progetto formativo che intendiamo portare avanti.

Concludo, ringraziando chi collabora con me proprio in questo progetto, le diverse anime dell’Università degli studi di Bergamo: i Prorettori, i Membri degli Organi accademici, i Direttori di Dipartimento, il Personale docente, il Personale tecnico e amministrativo, il Personale ausiliario e tutti coloro che lavorano con noi.

Grazie per il vostro impegno, per la vostra professionalità e per la vostra costante disponibilità a raccogliere le sfide della nostra missione accademica.

E infine grazie a tutti i nostri studenti e alle loro famiglie per aver scelto di condividere un percorso di vita con noi.

Con questi principi e con rinnovato impegno, dichiaro aperto l’Anno Accademico 2019-2020,

il cinquantunesimo dalla fondazione dell’Università degli studi di Bergamo.

 

 

 

Laudatio della Senatrice a vita Liliana Segre del Professore Franco Giudice
prof. Franco Giudice

È con pudore e con un senso di inadeguatezza che mi accingo a pronunciare la laudatio per il conferimento del dottorato honoris causa in Studi umanistici transculturali alla Senatrice a vita Liliana Segre. Pudore per il profondo rispetto che si deve alla sua storia personale, che è anche la storia, terribile e tragica, di milioni di vittime innocenti delle persecuzioni nazi-fasciste, la cui unica “colpa” fu di essere nate in famiglie di religione ebraica. E inadeguatezza perché non è facile, senza cadere in una superflua retorica, trovare le parole giuste per esprimere a Liliana Segre la vicinanza e tutta la compassione, un sentimento a lei particolarmente caro, che merita.

La storia di Liliana Segre è diventata pubblica da quando, nel 1990, ha deciso di essere una testimone della Shoah. Da quando cioè, dopo la nascita del suo primo nipote, ha sentito un impulso fortissimo e irresistibile di uscire da un silenzio durato quarantacinque anni per raccontare a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze, che lei considera suoi “nipoti ideali”, la sua esperienza di deportata nel campo di Auschwitz-Birkenau, dove fu separata dal padre che non rivide mai più e dove perse anche i nonni paterni. Era partita il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione Centrale di Milano, aveva soltanto tredici anni, ed è stata l’unica bambina di quel treno a tornare indietro. Dal 1990, per Liliana Segre portare la sua testimonianza, il suo ricordo dell’orrore indicibile dei campi di sterminio è diventato un dovere morale, un kantiano imperativo categorico: “il compito irrinunciabile di chi rimane”, di chi sente tutta la responsabilità di essere una delle ultime sopravvissute ai campi di sterminio. Come dice lei stessa “voglio raccontare anche perché lo devo a tutti quelli che non sono diventati grandi, che non sono diventati adulti, che non sono diventati vecchi e che non sono diventate quelle persone che sarebbero state, se non fossero state sterminate per la colpa di essere nate”.

Negli ultimi trent’anni Liliana Segre ha dunque ricordato e rivissuto in pubblico il proprio dolore migliaia di volte, per seminare e far crescere nei ragazzi e le ragazze la speranza di un mondo diverso, per aiutarli a immaginare un mondo senza le persecuzioni, le discriminazioni, l’ingiustizia e il dolore degli innocenti. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare di persona come Liliana Segre racconta ai ragazzi la sua storia, può leggerla in un libro davvero prezioso, s’intitola Scolpitelo nel vostro cuore. Dal binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria (2018).

Liliana Segre ha dedicato gran parte delle proprie energie all’impegno civile della testimonianza, raccontando la propria esperienza sempre senza odio né senso di vendetta, e agendo sempre come donna di pace. Si è fatta promotrice di una straordinaria campagna contro l’indifferenza – che, come ci ha insegnato Cechov, “è una paralisi dell’anima, un’anticamera della morte” – contro la violenza e contro il razzismo, in tutte le sue forme e in tutte le sue articolazioni. E le sue parole, sobrie e pacate, nitide e forti sono state e sono un messaggio rivolto soprattutto ai giovani, affinché coltivino il diritto e il rispetto per le persone. In questi anni, con un impegno assiduo che non è mai venuto meno, ha incontrato quasi trecentomila giovani nelle scuole e nelle università, partecipando a numerose iniziative culturali e civili sulla Shoah. E in questi incontri la memoria di Liliana Segre, il suo impegno civile della testimonianza ha sempre avuto un’attenzione per il presente, per l’oggi, raccontando di sé stessa come una profuga, una clandestina, una richiedente asilo, una carcerata, una schiava lavoratrice. Termini appunto che ci parlano anche dell’attualità, e che diventando attuali rendono la testimonianza del passato uno strumento per aiutarci a capire i problemi e le contraddizioni del nostro presente. Termini che, non a caso, Liliana Segre ha usato nel suo primo discorso tenuto in Senato il 5 giugno del 2018.

Per il suo impegno di testimonianza Liliana Segre ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui voglio anzitutto ricordare quello di cittadina onoraria del comune di Bergamo nel 2005, quello di Commendatore al merito della Repubblica, oltre a due lauree ad honorem: in Giurisprudenza dall’Università di Trieste nel 2008, in Scienze Pedagogiche dall’Università di Verona nel 2010; nell’ottobre 2018 l’Università degli Studi dell’Adriatico “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara le ha conferito il titolo di “Membro onorario del Corpo Accademico”. Il 19 gennaio 2018 è stata nominata Senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”.

Il conferimento, oggi, del titolo di Dottoressa di ricerca in Studi umanistici transculturali vuole rappresentare un ulteriore e sentito riconoscimento non solo per le pubblicazioni dove Liliana Segre ha fornito la sua preziosa testimonianza per la ricostruzione storica della Shoah, che costituisce comunque un solido baluardo contro ogni forma di revisionismo o di negazionismo, ma anche, anzi soprattutto, per l’attività svolta nella promozione della consapevolezza diffusa dei temi della tutela e del riconoscimento dei diritti fondamentali e inalienabili degli individui. In tal senso, l’attività di testimonianza di Liliana Segre, oltre all’elevato valore storico-memorialistico, assume anche una dimensione etica e educativa. Il suo impegno negli incontri con le giovani generazioni si configura infatti come una vera e propria missione educativa, facendo capire quanto cruciale e indispensabile sia il consolidamento e il radicamento dei valori della dignità umana, dell’eguaglianza, del rispetto e della promozione dei diritti che costituiscono il patrimonio irrinunciabile di ogni persona.

Come ha scritto Primo Levi nel 1976, nell’appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo, “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. L’impegno di Liliana Segre fa tesoro di questo monito e tutta la sua attività è stata ed è rivolta alla promozione tra i giovani di quanto sia necessaria la conoscenza storica per evitare appunto che le nostre coscienze siano “nuovamente sedotte ed oscurate”.

Il dottorato in Studi umanistici transculturali dedica particolare attenzione alla formazione storico-culturale dei giovani laureati che intendono intraprendere la ricerca scientifica, ed è quindi onorato di poter conferire il titolo di dottoressa di ricerca a Liliana Segre, per la sua elevatissima e nobilissima opera di testimonianza e per il suo meritorio lavoro nella promozione della conoscenza storica diffusa e radicata nelle coscienze di tutti. Il dottorato in Studi umanistici transculturali è nato tre anni fa, e nessuno dei nostri dottorandi ha ancora ottenuto il titolo. La senatrice a vita Liliana Segre è quindi la nostra prima dottoressa di ricerca. Credo che difficilmente avremmo potuto sperare in un inizio così carico di significato.

Quando Liliana Segre termina le sue conferenze, spesso i ragazzi le chiedono cosa possono fare per non rendere vane le sue parole. E lei risponde sempre: “Sconfessate la menzogna. Diventate candele della Memoria”. Ecco, l’auspicio è che i nostri ragazzi, i dottorandi e tutti gli studenti della nostra università possano far tesoro dell’impegno civile della testimonianza di Liliana Segre e possano anch’essi diventare delle “candele della Memoria”. A nome del collegio docenti del dottorato in Studi umanistici transculturali e di tutti i nostri dottorandi, grazie di cuore Senatrice Segre per averci onorato oggi con la sua presenza.

Intervento del Presidente della Consulta degli Studenti Claudia Mema
Claudia Mema

Magnifico Rettore, Autorità tutte, Chiarissimi professori e professoresse, egregio personale tecnico amministrativo, cari colleghi studenti e colleghe studentesse.

Oggi, oltre a celebrare l’inaugurazione del nuovo anno accademico, abbiamo l’immenso onore di dare il benvenuto alla senatrice Liliana Segre, alla quale il nostro Ateneo ha deciso di conferire, quest’oggi, il Dottorato di ricerca honoris causae in Studi Umanistici Transculturali.

È per me un orgoglio poter parlare a nome di tutti gli studenti e studentesse dell’Università degli studi di Bergamo, in qualità di Presidente della Consulta, davanti a questa splendida platea.

La società in cui viviamo oggi è, a dir poco, complessa. Siamo di fronte ad uno scenario, nazionale e globale, in costante evoluzione e molto frammentato; si potrebbe dire che la società sta facendo indiscutibili grandi passi in avanti ma, al tempo stesso, alcune sue “parti” rimangono ferme o stanno addirittura tornando indietro. Per questo la nostra Università si impegna quotidianamente nell’interrogarsi sul come vivere in questa società, a cui bisogna sapersi continuamente adattare.

È necessario non limitarsi ad osservare ciò che ci circonda da un unico punto di vista; adottare sguardi diversi significa rendersi capaci di azioni umane che vanno oltre le apparenze, valorizzando il singolo per la sua unicità ed il contributo che può dare alla nostra società. L’università è una delle istituzioni più idonee ad insegnare riconoscere questi differenti punti di vista e a riflettere partendo da questi.

In un momento storico di “chiusura” nei confronti del diverso, la nostra comunità accademica - per definizione plurale ed inclusiva - ha un’attenzione particolare per l’ascolto e la condivisione, elementi fondamentali in una società dove è sempre più forte la fragilità sociale.

L’attività di ricerca e didattica dell’Ateneo infatti è rivolta verso progetti legati all’inclusione, coniugando, a tal scopo, diverse discipline. Così facendo si riesce a dimostrare quanto il lavoro accademico, frutto della sinergia fra le diverse componenti dell’università, sia in grado di poter dare soluzione a questioni che paiono irrisolvibili, dando un senso agli anni di fatiche e di studi.

Che ruolo “diretto” abbiamo noi studenti in tutto ciò?

Innanzitutto, dobbiamo essere consapevoli di essere i principali artefici della società del domani, senza lasciarci andare ai catastrofismi assai frequenti di questi tempi. Se in futuro vogliamo vivere in una comunità aperta, senza discriminazioni, con i valori di cui si è parlato finora, bisogna che cerchiamo di essere attori di questo cambiamento fin dai nostri anni universitari.

L’università è sempre più accessibile a tutti, il che la rende un luogo d’incontro tra persone provenienti da condizioni sociali e culture sempre più differenti. Questo deve essere visto da noi studenti come una grande opportuna di conoscenza, confronto e superamento di barriere ideologiche. Le occasioni che l’Ateneo ci offre in aiuto sono molteplici, a partire dalle possibilità di scambi culturali all’estero come l’Erasmus, da cui è facile ritornare con un bagaglio culturale e mentale più ricco e unico nella sua formazione.

Spesso noi giovani non ce ne rendiamo conto ma tutte queste opportunità che l’università ci dà per allargare il nostro sguardo sono dei privilegi dovuti al tempo di pace e democrazia di cui una parte fortunata del mondo sta godendo e di cui la maggioranza delle passate generazioni non ha potuto godere.

La testimonianza della Senatrice Liliana Segre, che ha visto negato il suo diritto a studiare durante la propria infanzia, in virtù di leggi razziali dello Stato di cui lei stessa era ed è cittadina, deve aiutarci ad impegnarci in Università e fuori con questa importante consapevolezza.

Mi permetto di aggiungere, concludendo, che tale lavoro di apertura al mondo che tutto l’Ateneo fa e deve fare ancora di più però sarebbe fine a sé stesso se l’Università non fosse in grado di comunicarlo all’esterno e permettere che la comunità ne usufruisca. È proprio nel raccontare questo impegno che forse noi studenti possiamo dare il nostro contributo più tangibile, assicurandoci che le porte dell’Università siano sempre aperte al mondo circostante.

Buon anno accademico a tutti!

Discorso del rappresentante Personale tecnico amministrativo, Dott.ssa Maria Fernanda Croce
Maria Fernanda Croce

Senatrice Segre, Magnifico Rettore, Autorità, colleghi, studenti e gentili ospiti, sono lieta di portare a Voi tutti il saluto del personale tecnico e amministrativo in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2019/20 che vede l’avvio di nuove iniziative didattiche, scientifiche e di terza missione frutto della capacità progettuale e gestionale di tutte le componenti della comunità accademica, ciascuna per la parte che le compete.

A fronte del forte incremento delle iscrizioni che il nostro Ateneo continua a registrare occorre porre una particolare attenzione alla qualità ed alla sostenibilità dei processi affinché lo sviluppo dell’offerta formativa ed il conseguente incremento studentesco siano accompagnati da un adeguato sviluppo delle risorse umane e degli spazi a disposizione, come evidenziato dal Nucleo di Valutazione nella propria relazione annuale recentemente presentata.

La centralità attribuita agli studenti è testimoniata dal progressivo coinvolgimento nei processi di assicurazione della qualità, da ultimo con l’introduzione della loro rappresentanza nei Consigli di corso di studio e nel Presidio della Qualità. Lo svolgimento di un ruolo attivo e propositivo nella vita dell’Ateneo non può che accrescere in loro la consapevolezza della complessità della struttura didattica e amministrativa, contribuendo a consolidare il senso di appartenenza alla comunità accademica.

Per rispondere al meglio agli indirizzi della governance e rafforzare la capacità di fornire servizi di supporto per la didattica, la ricerca e la terza missione l’Ateneo si è dotato di nuove linee di sviluppo e miglioramento dell’organizzazione della struttura amministrativa gestionale.

In tale contesto il Direttore Generale, al quale va il nostro riconoscimento, ha saputo ben rappresentare l’esigenza di incrementare la componente amministrativa.

Per dare operatività ai principi così affermati la governance politica di ateneo ha indirizzato tutti gli sforzi per ottenere a livello normativo e di programmazione nazionale gli strumenti e gli spazi di manovra per poter attuare un Piano straordinario triennale di reclutamento del personale che va oltre gli stringenti limiti del turn over con l’inserimento di energie nuove e profili professionali non presenti nell’attuale organico.

Come rappresentante del Personale tecnico amministrativo colgo l’occasione per porgere il nostro ringraziamento al Magnifico Rettore per i concreti risultati finora ottenuti che certamente porteranno ad un significativo miglioramento delle performance dell’Ateneo.

Ma i servizi si basano sulle persone e il cambiamento delineato dalle nuove linee di sviluppo, per essere efficace, ha bisogno di essere condiviso e accompagnato da un percorso formativo a medio-lungo termine tanto per le competenze tecniche che per quelle comportamentali e deve rappresentare l’occasione per valorizzare le professionalità e le esperienze acquisite dal personale investendo in relazioni interne sempre più salde e capaci di produrre significati e valori condivisi.

Accanto all’attenzione correttamente posta all’adeguatezza degli spazi a servizio della didattica, mi preme segnalare la medesima necessità per quanto riguarda il comparto amministrativo che talvolta risente del sovraffollamento degli uffici con ricadute su concentrazione, produttività e benessere. Tale necessità è già stata presa in carico dalla governance e auspichiamo possa trovare presto un’adeguata soluzione.

Il mio augurio per questo nuovo anno accademico è di lasciarci condurre dal desiderio di migliorare la nostra Università come organizzazione che si mette a servizio degli studenti e della Società per valorizzare e impiegare la conoscenza, contribuendo allo sviluppo sociale, culturale ed economico.