Prolusione del Rettore, prof. Sergio Cavalieri

Signor Presidente della Corte Costituzionale,

Signora Vicepresidente del Senato,

Autorità civili, religiose e militari

Care colleghe e cari colleghi,

Care studentesse e cari studenti,

Signore e signori,

Desidero rivolgere un sentito ringraziamento al Signor Presidente della Corte Costituzionale Prof. Giovanni Amoroso e a Sua Eccellenza Ambasciatrice dell’India in Italia Signora Vani Rao per aver onorato la nostra Università della loro illustre presenza.

Ogni inaugurazione dell’Anno Accademico è un momento nel quale un’Università guarda a sé stessa: al cammino compiuto, ai risultati raggiunti, alle responsabilità che ha di fronte. Non è mia intenzione, però, soffermarmi oggi su quanto abbiamo realizzato finora. Ci sarà tempo e modo per farlo. 

Vorrei piuttosto rivolgere lo sguardo a ciò che sta accadendo intorno a noi, perché abbiamo la sensazione di vivere una straordinaria accelerazione della storia.

Le lancette continuano a segnare lo stesso tempo, ma è la storia che sembra aver cambiato velocità: equilibri che ritenevamo consolidati vengono rimessi in discussione, tecnologie che sembravano futuristiche entrano nel nostro quotidiano, scenari economici e geopolitici cambiano nel volgere di pochi mesi.

Ciò che oggi consideriamo acquisito, ciò che ci appare stabile, persino alcune delle certezze sulle quali costruiamo le nostre decisioni, possono essere rimesse in discussione molto più rapidamente di quanto siamo stati abituati a pensare.

Guerre che pensavamo lontane dall’Europa sono tornate nel nostro continente e ai suoi confini. Le tensioni geopolitiche attraversano aree cruciali del mondo. Energia, materie prime, dati, intelligenza artificiale sono diventati elementi portanti della competizione, non solo economica, ma soprattutto politica e strategica tra gli Stati.

E anche la conoscenza è entrata pienamente dentro questa trasformazione.

Abbiamo considerato l’internazionalizzazione come una delle strategie da adottare per garantire un futuro alle nostre Università.

Oggi credo si renda necessario capovolgere la prospettiva: è il mondo stesso, con tutta la sua complessità, a essere entrato nelle nostre Università.

Vi entra attraverso i nostri studenti e i nostri ricercatori, attraverso le collaborazioni scientifiche e le tecnologie che utilizziamo, attraverso le grandi questioni sulle quali facciamo ricerca: il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, le migrazioni, la salute, il dual use, la sicurezza, l’energia, le disuguaglianze.

E vi entra, inevitabilmente, attraverso le tensioni che attraversano le nostre società.

Per questo credo che oggi dovremmo porci una domanda più profonda: che cosa significa essere un’Università pubblica internazionale in un mondo che rischia di chiudersi sempre di più, di arroccarsi dentro i propri confini?

Per decenni abbiamo ritenuto che il rafforzamento del multilateralismo e della cooperazione internazionale rappresentasse un processo irreversibile, destinato a favorire una circolazione sempre più libera di merci, capitali, persone e conoscenze.

Le Università sono state tra le istituzioni che hanno aderito con maggiore convinzione a questa prospettiva. Abbiamo creato programmi di mobilità, abbiamo sviluppato reti di ricerca e laboratori congiunti, progettato corsi di laurea e doppi titoli internazionali, incoraggiando i nostri giovani a fare esperienze all’estero e accogliendo studenti e studiosi da altri Paesi.

Abbiamo imparato che la scienza cresce attraverso lo scambio e che la conoscenza, per sua natura, difficilmente accetta confini.

Oggi quello scenario è purtroppo più complesso: alla cooperazione si affianca la competizione, all’apertura si accompagna il tema della sicurezza, alla libera circolazione delle persone e della conoscenza si affianca la richiesta di selezionare i nostri studenti internazionali anche sulla base del loro passaporto, alla condivisione delle scoperte scientifiche si contrappone la necessità di proteggere tecnologie strategiche, dati e risultati della ricerca.

Riprendendo una formula circolata nelle Università americane, la ricerca ha lasciato la seminar room per entrare nella situation room.

Non possiamo certamente ignorarlo; sarebbe ingenuo pensare che le Università possano vivere fuori dalla storia. Sarebbe tuttavia altrettanto pericoloso se le Università finissero semplicemente per riprodurre al proprio interno le divisioni della geopolitica.

Non è certamente un equilibrio semplice. Proprio quest’anno il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un nuovo quadro europeo per la diplomazia scientifica, riconoscendo che, in un’epoca di frammentazione globale e di rapido cambiamento tecnologico, la cooperazione scientifica assume una valenza ancora più strategica. È quello che il Rapporto “Much more than a market" presentato da Enrico Letta al Parlamento Europeo nell'aprile del 2024 ha definito la “quinta libertà europea”: accanto alla circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali occorre prevedere anche la libera circolazione della conoscenza, della ricerca, dell’innovazione, dei dati e delle competenze.

Il quadro richiama espressamente le Università e le Alleanze universitarie europee e afferma la necessità di una cooperazione internazionale nella ricerca che sia, nello stesso tempo, aperta e sicura.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso con particolare chiarezza questa visione nella lectio magistralis tenuta nel novembre 2024 alla Peking University, davanti a una delegazione di Rettori italiani e cinesi alla quale ho avuto l’onore di partecipare: “L’università è il luogo privilegiato in cui si forma il pensiero critico, dove i giovani possono confrontarsi con diverse tradizioni culturali, dove devono potersi aprire in libertà a nuovi orizzonti, costruendo esperienze che contribuiranno a una ancor migliore comprensione tra i nostri popoli”.

Le Università possono assolvere quindi a un importante ruolo: essere infrastrutture di dialogo.

Riprendendo le parole pronunciate con forza da Umberto Eco nel suo celebre intervento nel 2013 per il 25º anniversario della Magna Charta Universitatum, “L’Università è una Forza di Pace!”. In quell’occasione, Eco indicava nel progetto Erasmus di mobilità studentesca lo strumento capace di creare reti internazionali di clerici vagantes: “una nuova generazione di cittadini bilingui, immuni alle seduzioni di qualsivoglia nazionalismo”.

Quando i rapporti tra gli Stati diventano più difficili, quando le opinioni pubbliche si polarizzano, esistono relazioni che possono continuare a vivere: tra ricercatori, tra studenti, tra laboratori, tra comunità scientifiche.

Una pubblicazione scritta insieme, uno studente che trascorre un semestre in un altro Paese possono sembrare piccole gocce nel mare agitato della politica internazionale. Eppure, sono proprio queste esperienze a costruire un bene comune estremamente prezioso: la fiducia e la conoscenza reciproca.

È forse questa una delle forme più profonde della diplomazia della conoscenza.

In questa prospettiva è significativa la presenza oggi dei Rettori e dei Delegati dell’Alleanza Universitaria Europea Bauhaus4EU, l’Alleanza della quale UniBg è uno degli Atenei fondatori. L'Alleanza si ispira direttamente ai valori e ai principi del New European Bauhaus (“Bello, Sostenibile, Insieme”), puntando a promuovere la transizione ecologica, l'inclusione sociale e lo sviluppo sostenibile delle rispettive regioni attraverso la cooperazione internazionale.

Un’Alleanza che riprende nel nome il movimento Bauhaus, nato proprio a Weimar, città che oggi ospita l’università capofila della nostra Alleanza. Movimento successivamente costretto alla chiusura dal regime nazista per le sue idee ritenute troppo progressiste e non allineate con il regime.

Anche la presenza oggi tra noi dell’Ambasciatrice dell’India in Italia assume un significato che va ben oltre il valore, già importante, di questa occasione istituzionale.

L’India è uno dei grandi protagonisti della trasformazione economica, scientifica e tecnologica del nostro tempo.

È significativo che il partenariato strategico tra Italia e India abbia trovato nel Joint Strategic Action Plan 2025-2029 un quadro più strutturato di collaborazione, mentre negli ultimi anni si sono rafforzati anche gli strumenti relativi alla mobilità e alla cooperazione culturale.

Ho avuto modo di toccare con mano questa prospettiva lo scorso anno partecipando alla missione bilaterale in India guidata dal Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e dalla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. In quei giorni, accanto al tema degli scambi economici e delle infrastrutture, si è rafforzata anche una convinzione: tra India ed Europa dobbiamo costruire non soltanto corridoi per merci, servizi e investimenti, ma anche un vero corridoio della conoscenza, capace di far circolare studenti, ricercatori, competenze, idee e progetti scientifici.

Perché, nel lungo periodo, le relazioni più solide tra Paesi si costruiscono anche così: mettendo in relazione le loro comunità della conoscenza.

Un segno molto concreto di questo corridoio della conoscenza è già presente anche a Bergamo. Grazie all’Indian Council for Cultural Relations, il nostro Ateneo è infatti beneficiario di una Chair of Indian Studies, che porterà ogni anno nella nostra comunità accademica un visiting professor proveniente dall’India. Ringrazio a tal proposito il Prof. Sunil Kale, Preside della School of Engineering and Applied Science della Ahmedabad University, per condividere con noi oggi questo importante momento per il nostro Ateneo.

Non è soltanto una cattedra o una presenza temporanea: è un ponte istituzionale tra sistemi universitari, culture scientifiche e comunità di ricerca.

C’è qualcosa che va oltre i rapporti tra due Paesi: la presenza dell’India ci ricorda che la geografia mondiale della conoscenza sta cambiando.

Per molto tempo, e in particolare dall’ultimo dopoguerra, abbiamo guardato al sistema universitario internazionale prevalentemente attraverso l’asse Europa-Nord America. Quella geografia oggi non è più sufficiente: Asia, Africa, America Latina stanno assumendo un peso crescente nella formazione, nella ricerca, nell’innovazione e nella produzione di conoscenza.

Per le Università europee questo rappresenta una straordinaria opportunità, ma anche una maggiore responsabilità. Sappiamo che è proprio in Europa che l’istituzione universitaria affonda le proprie radici ormai millenarie, dando origine a un modello di formazione, ricerca e libertà del sapere che ancora oggi costituisce un punto di riferimento riconosciuto in molte parti del mondo. Una tradizione che non dobbiamo considerare soltanto come un’eredità da custodire, ma come una risorsa da mettere al servizio di nuove forme di cooperazione internazionale.

Significa costruire nuove relazioni, imparare a guardare il mondo da prospettive differenti dalla nostra, riconoscere che la conoscenza nasce sempre più da una pluralità di luoghi, emerge da culture e tradizioni scientifiche diverse.

Questa nuova geografia della conoscenza si intreccia con un'altra grande trasformazione del nostro tempo: quella demografica.

Le nuove previsioni dell’Istat ci consegnano un dato sul quale sappiamo di dover riflettere seriamente: nello scenario mediano la popolazione italiana passerebbe dai 58,9 milioni del 2025 a circa 55 milioni nel 2050.

Il dato forse ancora più significativo riguarda la composizione della popolazione: diminuirà sensibilmente quella in età lavorativa. Le migrazioni internazionali, pur mantenendo un saldo positivo, non sono da sole sufficienti a compensare il divario tra nascite e decessi.

Dobbiamo tuttavia evitare un rischio: pensare all’internazionalizzazione come a una competizione per sottrarre talenti agli altri Paesi. Un’Università responsabile deve costruire relazioni nelle quali la mobilità produca valore in entrambe le direzioni.

Programmi di capacity building, progetti di ricerca condivisi, formazione di giovani ricercatori: non semplicemente brain drain, ma brain circulation.

È in questa stessa prospettiva che, insieme alle altre Università lombarde, parteciperemo al progetto Italia-Africa Joint Science Technology and Innovation Campus, promosso da Regione Lombardia nell’ambito della Cooperazione italiana. Quattro campus della Scienza, Tecnologia e Innovazione nasceranno in Tanzania, Etiopia, Uganda e Mauritania, come piattaforme permanenti di collaborazione tra università, istituzioni e sistemi territoriali africani e lombardi.

Non si tratta di luoghi nei quali trasferire unilateralmente conoscenza, ma sono spazi nei quali costruire insieme progetti comuni di innovazione, attraverso formazione avanzata e mobilità di ricercatori.

Sarebbe però riduttivo leggere il ruolo internazionale delle Università soltanto attraverso le categorie della competitività, dei talenti e dello sviluppo economico.

C’è una seconda dimensione, ancora più rilevante. L’Università non è soltanto un attore dell’economia della conoscenza: è anche un’istituzione della democrazia.

La presenza oggi del Presidente della Corte costituzionale ci invita, quasi naturalmente, a tornare alla nostra Costituzione. L’articolo 9 afferma che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. E l’articolo 33 apre con parole altrettanto nette: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Lo stesso articolo riconosce alle Università il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Non credo che dovremmo leggere questi principi soltanto come garanzie riconosciute all’Università. Sono anche responsabilità affidate all’Università.

La libertà della ricerca comporta il dovere del rigore, l’autonomia comporta il dovere della responsabilità, la libertà dell’insegnamento comporta il dovere di formare persone capaci di pensare autonomamente.

Libertà, autonomia, responsabilità e circolazione della conoscenza: sono questi i principi che rappresentano la stella polare del nostro Ateneo e ne orientano il cammino verso il futuro.

Una Università che è cresciuta stabilmente, grazie alla visione e all’azione dei Rettori che mi hanno preceduto, grazie al lavoro di squadra dei Prorettori e delle Prorettrici, delle Delegate e dei Delegati, dei Direttori e delle Direttrici di Dipartimento, del Direttore Generale e dei Dirigenti della struttura tecnico-amministrativa. E, soprattutto, grazie all’impegno, alla determinazione e al senso di appartenenza dell’intera comunità universitaria: docenti, personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, collaboratori linguistici, personale di servizio e di accoglienza.

I risultati particolarmente significativi ottenuti nella recente VQR 2020-2024 – l’esercizio con il quale viene periodicamente valutata, a livello nazionale, la qualità della ricerca delle Università italiane – confermano un percorso di sviluppo che non è stato soltanto quantitativo, ma anche e soprattutto qualitativo. Al rafforzamento del valore scientifico della nostra ricerca si è accompagnato il consolidamento della popolazione studentesca, ormai da diversi anni attestata intorno ai ventimila iscritti: una dimensione che riteniamo coerente con il profilo, le caratteristiche e le ambizioni del nostro Ateneo.

Volgere lo sguardo al passato ci aiuta a prendere consapevolezza del cammino sin qui percorso. Un’Università, per sua natura, deve però soprattutto guardare avanti e continuare a chiedersi: in quale direzione vogliamo andare?

Oggi nelle nostre aule studiano giovani provenienti da oltre cento Paesi del mondo. Stiamo aumentando l’offerta formativa in lingua inglese, le opportunità di doppio titolo, le collaborazioni internazionali. Accogliamo studenti, dottorandi, ricercatori e visiting professor e stiamo investendo nelle condizioni che rendono realmente possibile questa accoglienza: residenze, servizi, strutture sportive, luoghi di incontro.

Ricordo tra tutti gli investimenti che stiamo sostenendo in strutture residenziali per quadruplicare il numero dei posti letto - dagli attuali 200 a oltre 800 - attraverso i nuovi Campus universitari di Montelungo-Colleoni e di Statuto, e anche in strutture sportive, come dimostrano la recente inaugurazione del Centro Sportivo Loreto e, si spera per il prossimo anno, del Centro CUS all’interno del Campus di Via Statuto.

I numeri, da soli, non bastano.

Avere studenti internazionali non rende automaticamente internazionale un’Università, tenere corsi in inglese non rende automaticamente internazionale un’Università, firmare accordi con Atenei stranieri non rende automaticamente internazionale un’Università.

Un’Università è davvero internazionale quando cambia il modo in cui essa pensa sé stessa: quando uno studente che arriva dall’India, dalla Cina, dall’Africa, dall’America Latina o da un altro Paese europeo non è semplicemente un ospite, ma diventa parte della nostra comunità. Lo è anche quando i suoi studenti italiani riconoscono nel confronto quotidiano con culture, lingue e prospettive diverse una componente essenziale della propria crescita umana e professionale.

Bergamo è una città e un territorio con una fortissima vocazione internazionale: lo è la sua economia, le sue imprese, il suo aeroporto, le sue reti culturali.

Per questo credo che la nostra collocazione internazionale non debba essere alternativa al nostro radicamento territoriale.

È vero esattamente il contrario: più saremo capaci di essere internazionali, più potremo essere utili al nostro territorio. E più saremo capaci di comprendere le trasformazioni del nostro territorio, più potremo portare nel mondo qualcosa di originale.

E in questa relazione tra Bergamo e il mondo un ruolo importante possono svolgerlo anche i nostri Alumni. Un’Università, infatti, non esaurisce il proprio rapporto con i suoi studenti nel momento della laurea. Chi si è formato qui e oggi vive e lavora a Bruxelles, Shanghai, Londra, New York o in qualsiasi altra parte del mondo continua a essere parte della nostra comunità e può diventare un’antenna dell’Università e del territorio nel mondo.

È questo il senso di Reti Globali 2.0, il progetto recentemente approvato e cofinanziato da Regione Lombardia, che realizziamo insieme alla LUBERG – la nostra associazione di Alumni UNIBG - e alla Camera di Commercio Italiana in Cina. Vogliamo trasformare la presenza internazionale dei nostri laureati in una rete stabile attraverso cui far circolare conoscenze, esperienze e opportunità tra generazioni, imprese e territori. Perché anche gli Alumni possono essere protagonisti di quella diplomazia della conoscenza di cui ho parlato: ambasciatori di UniBg nel mondo e, nello stesso tempo, ponti attraverso i quali il mondo continua a entrare nella nostra Università.

Mi avvio alle conclusioni.

All’inizio mi sono chiesto che cosa significhi essere un’Università internazionale in un mondo che rischia di diventare meno internazionale.

Nel suo messaggio di augurio per il nuovo Anno Accademico di Unibg, il Rettore Rogério Renato Mateucci della Pontifícia Universidade Católica do Paraná - Ateneo brasiliano con il quale collaboriamo ormai da dieci anni - ha utilizzato un’immagine che vorrei fare mia.

Ha paragonato l’inizio di un nuovo anno universitario all’apertura di una mappa ancora da disegnare: conosciamo il punto di partenza, ma sono l’intelligenza, il dialogo e il coraggio di sognare a rivelarci nuovi cammini. E ha rivolto alla nostra Università un augurio particolarmente significativo: continuare, in questo tempo di grandi trasformazioni, a contribuire a “tracciare mappe di speranza per il mondo”.

È un’immagine che sento molto vicina all’idea di Università di cui ho cercato di parlare oggi. Perché una mappa non cancella i confini, ma permette di attraversarli e indica possibili percorsi per metterle in relazione. E soprattutto perché, come ci ha ricordato il Rettore Mateucci “la speranza non consiste semplicemente nell’attendere un mondo migliore, ma nel costruirlo insieme, giorno dopo giorno”,

Credo che la risposta sia proprio qui: continuare a far circolare persone, idee e conoscenza quando nel mondo tornano ad alzarsi nuovi confini; formare giovani capaci di abitare il mondo senza perdere le proprie radici e senza rinunciare alla curiosità di conoscere ciò che sta oltre.

Le Università non possono cancellare i confini della storia, ma possono impedire che diventino confini della conoscenza.

È questa l’Università che vogliamo continuare a costruire a Bergamo: profondamente radicata nel proprio territorio, italiana ed europea, e proprio per questo aperta al mondo.